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La cosa più strana non è stata la fine.
È stato il silenzio dopo.
Non quello rumoroso delle porte chiuse,
delle parole sbagliate,
dei pianti teatrali.
Ma quello sottile.
Educato.
Invisibile.
Quello che si infiltra nelle stanze,
nei vestiti,
nei gesti quotidiani,
e cambia il peso delle cose.
Insieme a esso,
l’altra cosa più strana è stata la casa.
Quella che un tempo era la nostra.
Tutto è rimasto uguale a quella sera:
il letto sfatto,
le sedie spostate,
i giochi del tuo gatto
che era diventato nostro
sparsi per casa.
Il tuo profumo impregnava le stanze.
Resto ferma davanti alla porta,
esile,
con un macigno che mi schiaccia piano,
come una morte lenta
fatta di déjà-vu
e frammenti della nostra storia.
Ormai è solo una presenza
che si fa più leggera,
fino a diventare assenza.
Voci spente.
Nessuna risata nella stanza.
Nessun ballo notturno
improvvisato,
a ritmo di una musica
che esisteva solo per noi.
Nessun bisticcio per le piccolezze.
Parole che non servono più.
È così che una casa diventa memoria
e una memoria diventa peso.
Fuori piove.
Anche sulle mie guance.
Il vento si unisce alla pioggia,
ma dentro di me manca l’aria.
Sei
e sarai sempre
il mio temporale interiore.